|
Diario
16 dicembre 2009
r’partit en arrière
Nel buio della sera che arriva sempre troppo presto scivoli per le stradine disordinate schivando vetrine intermittenti che promettono calore ed accoglienza. Affondi il mento nella lana della sciarpa che ti graffia leggermente il viso per sostituire una carezza inesistente. Le mani affondate nelle tasche, con le dita che giocano con quello che trovano. Perchè il gioco ti libera la mente e la rende più leggera. Ti scansi perchè i passanti non ti sfiorino e punti lo sguardo a terra, nascondendoti sotto un cappellino di lana. Queste strade che non ti appartanegono ma che ti accettano, aspettando che tu riesca a raccontargli la tua vera storia, senza mentire, senza fuggire.
Aspettano che ti fermi e che con gli occhi bene aperti tu possa iniziare a descrivere chi sei. Raccontare la tua storia, i tuoi progetti, i tuoi sogni. Parlargli delle tue debolezze, di che cosa ti fa paura e del perchè tendi sempre a scappare.
E accelleri il passo per sfuggire di nuovo e ancora, perchè quel guscio in cui racchiudi tutta la tua musica non vuole essere aperto o scalfito.
L’unica cosa che vuoi è raggiungere il tuo portone bruno e chiudertelo alle spalle, per lasciare che il mondo continui il suo corso senza di te. La ricerca dell’intimità e di un luogo sicuro dove nulla e nessuno riesca più a scalfirti e dove le decisioni sembrano sempre più semplici.
Le giornate seduto davanti ai tuoi schermi, schiacciando tasti vani e noiosi, guardando fuori dalla finestra come un bimbo che sogna di uscire a giocare in cortile, a fare palle di neve e rincorrere i piccioni infreddoliti.
Et le mistral gagnant.
Un incontro inaspettato che scuote il tuo mondo fragile e in bilico, i tuoi occhi sottili si socchiudono cercando di sopportare i mille pensieri e i sensi di colpa.
Tendere la mano e lasciare la presa dell’altra dell’altra? Oppure di nuovo fuggire davanti all’inconnu? Nessuna voglia di prendere delle dicisioni.
Solo la volglia di camminare nel freddo, fare sciocchezze, ridere ad alta voce e guardare in alto girando veloce per vedere il cielo girare insieme a te distorcendo la realtà.
Voglia di caramelle e ciocccolata calda, di trovare un braccio che ti sostenga e ti trascini dolcemente. Ridiventare un bimbo, a volte cattivo, che apre gli occhi grandi davanti a tutte le novità e le scoperte. Avere ancora tutta l’innocenza e la gioia di scoprire una realtà che è ormai nient’altro che se stessa.
Et regarder la vie tant qu’y en a.
Raccontarsi che bisogna amare la vita ed amarla anche se il tempo è assassino e si porta via con se il ridere dei bambini.
Voglia di sedersi su una panchina per cinque minuti a guardare le persone passare e parlarti di cosa mi rende felice con la speranza che esista sempre la possibilità di ritornare indietro per cancellare gli errori e le scelte sbagliate. Rivivere un’esistenza diversa e più facile, senza dover combattere più contro l’ignoranza e le diversità. Senza dover provare invidia per una vita più consueta e facile.
La voglia di strapparsi dal cuore questa sensibilità che rende tutto sempre troppo pesante e ruvido, sradicare con violenza tutto questo e diventare meno riflessivo. Trovi conforto nell’idea che non sei tu il cattivo e che chi ti allontana non ha semplicemente capito.
Ascoltare le persone ridere e inebriarsi della loro indiffirenza, della loro leggerezza. Sperare che un libro scritto difficile o uno nome con tanta consonanti possa essere la chiave della comprensione e dello stupore, che possa bastare a rendere le tue ore diverse e importanti.
Te parler du bon temps qu’est mort et je m’en fou.
Un sacchetto di caramelle, e una cioccolata calda. Fare il giro degli alberi con la mano che si tiene al tronco per diventare una trottola colorata. Saltare nelle pozzanghere e sporcarsi le scarpe di fango.
Ricordarsi che bisogna amare la vita, e que les mechants, c’est pas nous.
Ascoltare il suono del tuo ridere
S’arrêter, r’partit en arrière
| inviato da lahaine il 16/12/2009 alle 14:21 | |
23 luglio 2009
Lontano
È la necessità di isolamento che la fa da padrona in questo periodo.
Sento la stanchezza sulle spalle la mattina quando mi alzo e non riesco a liberarmene fino a sera.
Saranno i tanti pensieri che non riesco a riorganizzare ultimamente, oppure quell’incessante sentimento di inadeguatezza al mondo che ormai è presente da tanti anni.
Lascio ciondolare la testa sulle spalle quando nessuno mi vede, come se lasciassi la presa delle mille corde invisibili che la sostengono. E cerco di sorridere come sempre il più possibile, anche se ogni tanto non ne ho proprio voglia. Ma qualcuno tempo fa mi disse che le persone intorno a me non hanno fatto niente di male per accollarsi i miei pensieri a i miei problemi, e che hanno già i loro. Mi sembrava avesse senso come ragionamento.
È per questo che avevo deciso di andare via da solo in vacanza, non ho mai voluto cosi tanto un po’ di tempo da solo, svegliarmi da solo, decidere della mia giornata senza compromessi, senza accondiscendenza. L’idea di tacere finalmente per diverse ore, smettere di areare gola e polmoni continuamente per cose che non ritengo necessarie, ritornare un po’ a riflettere prima di parlare, che non mi viene sempre spontaneo.
Avrei voluto sedermi da qualche parte a pensare, cercando di incastrare le cose in modo che prendano una forma.
Vorrei prendermi del tempo per pensare a cosa posso fare per cambiare lavoro, per prendere una direzione che mi interessi davvero e che mi soddisfi. Avevo in mente di riprendere gli studi, magari serali, per diventare educatore, o forse insegnante.
Mi piacerebbe anche mettermi a tradurre da casa, anche se la prospettiva di trovarmi a tradurre macchinari e programmi informatici è un po’ meno appetitosa. Ma anche li, le pre visioni non sono affatto rosee.
E poi c’era la voglia di andare via, fare qualcosa di un po’ utile, o anche un po’ creativo. Sempre complicato.
Qualcuno mi disse una volta che avrei dovuto fare il politico, sono arrivato fino al punto di crederci, ma ogni volta che finisco su questo pensiero mi metto a ridere. Dovrei cercare di essere un attimo realista.
Sono invidioso, lo ammetto, di un sacco di gente. Li guardo e mi chiedo perchè non sono nato cosi, spensierato e leggiadro. Mi piacerebbe essere capace di essere un po’ meno moralista, mi piacerebbe riuscire a pormi molte meno domande e meno problemi. Mi piacerebbe essere capace di adagirami su una vita più facile, anche se meno interessante, meno costruttiva. Poi mi dico che non sono un luminare né un nobel per la pace, e che forse dovrei cercare di riportare i miei pensieri alla dimensione che dovrebbero avere e cercare di abbassare un po’ la cresta.
Anche per questo forse avrei bisogno di allontanarmi un po’.
Lontano dall’ufficio grigio e marrone (mi chiedo come mai gli uffici di qualsiasi società siano sempre cosi deprimenti), lontano da questa città che mi opprime ma alla quale non riesco a trovare un’alternativa, lontano dalla routine di tornare a casa per preparare la cena, per fare il bucato e le pulizie, lontano e basta, mi piacerebbe...
Lontano per pensare a questo desiderio immenso di avere un bimbo che mi sta nascendo, questa voglia di occuparmi di qualcuno e di poter fare il papà. Ogni tanto, quando riesco a fermarmi un attimo, mi dico che sono ancora cosi immaturo per pensare ad una cosa simile, e poi mi dico anche che forse non c’è un livello di maturità che bisogna raggiungere e che l’importante è essere li, è avere tante cose da offrire.
E due mesi fa quando arrivo’ l’illusione di diventare zio, non riuscii a trattenermi. In quell’attimo seduto al tavolo quando tutte le mie maschere caddero in frantumi per terra e l’unica cosa che mi rimaneva da fare era scoppiare in lacrime. Per la gioia, sicuramente, ma anche per l’ingiustizia forse, per l’invidia, per la paura che non possa mai succedere a me. E per l’ennesima volta sentirmi quello che dei due è meno giusto, meno adatto.
Eppure qui la possibilità di adottare come single esiste da tanto tempo. Forse, chissà...
Lontano e basta...
Mi illudo che una pausa di riflessione mi aiuterebbe a trovare il mio posto, anche solo vagamente. Che io riesca a contestualizzarmi da qualche parte senza sentirmi sempre un qualcosa di aggiunto.
E questa confusione in testa mi sfianca, tanto quanto la pioggia perenne fuori dalla finestra, se solo ci fosse un po’ di sole in più, anche solo un po’ di luce, forse sarebbe più semplice.
E raccolgo i cocci delle mie maschere cadute, li incollo insieme per cercare di rialzarmi e non lasciare che anche il resto cada e finisca in mille pezzi.
| inviato da lahaine il 23/7/2009 alle 17:14 | |
15 luglio 2009
Signorina cono gelato
In un mercoledi mattina di quasi estate (estate per modo di dire visto che qui a Gotham City godiamo di più o meno 3 settimane di luce all’anno) la routine settimanale inizia come deve.
Mi sveglio dal mio coma cerebrale aprendo gli occhi appena e ovviamente la prima immagine del mattino è Nano phidanza che sgrufola a bocca aperta con bavino colante sul cuscino. Buon giorno ToNaso!
Mi trascino sotto la doccia per riportare le mie già stanche membre sotto una forma umana e per riuscire forse ad aprire gli occhi un po’ di più.
Lavatina di denti, deodorino sotto l’ascella maledetta, e fase abbiglio. Stamattna braghetta e magliettina smessa da ieri sera perchè per fortuna il dress code qui al nord è meno esigente.
Scendo in sala per bermi succhino e aprire la finestra a gatto malefico che mormorando qualcosa nella sua lingua trotterella sul terrazzo per andare a posizionarsi sulla sdraio al sole.
Lo guardo dalla finestra della cucina odioandolo a morte cosciente del fatto che quella sarà la sua attività principale della giornata: svacco sul terrazzo.
Prendo la borsa e le chiavi e mi incammino verso l’uscita della Maison de Maître con i suoi interni improbabili e surrealistici.
Ogni mattina prego Odino di non farmi incontrare nessun condomine per non dover ritrovarmi a fare sforzi incommensurabili per mettere insieme 2 frasi di cortesia con un senso compiuto.
Come ogni mattina, spunto dalla mia stradina sfociando nel grande boulevard che mi porta alla metropolitana. Ovviamente l’opzione tram non è neanche considerabile perchè ogni giorno il tram mi passa davanti leggiadro e di correre verso la fermata non se ne parla nemmeno.
E poi non mi fa cosi male camminare per 10 minuti fino alla metro, tanto per svegliare i muscoli e le articolazioni e approfittare del fatto che oggi, anche se poco credibile, non piove! L’unica nota negativa è che sono effettivamente le 10 meno 20, ora in cui un lavoratore normale ha già piazzato culo e braccia in ufficio ed acceso il computer da un pezzo.
Raggiungo arrancando la metropolitana e scendo le scale mobili sorridendo per aver trovato un aiuto efficace alla deambulazione delle mie membra sovrappeso.
Arriva il treno ed io con un balzo quasi felino entro e inizio a scandagliare il vagone per trovare un posticino, possibilmente non difianco a qualche chiattona di colore che sembra un ananas, cercando un rifugio per il mio già esausto corpicino per i prossimi 30 minuti.
Individuo la preda e mi lancio come una fregata magnifica in picchiata verso il posto, arrivando prima di ragazza-scialba-commissioneeuropea che mi guarda con astio evidente. Mi volto e le ricambio lo sguardo e i sentimenti, vai a farti fottere puttana che guadagni 5mila euro al mese, puoi anche fare lo sforzo di stare in piedi 10 minuti e la prossima volta non ti metti i tacchi cosi stai più comoda.
Perchè io al mattino sono particolarmente amabile ed altruista.
Apro la borsa blu che mi trascino dietro dalla porta di casa e tiro fuori maledetto-libro, che sto cercando di finire da ormai 3 settimane, ma si sa, Pasternàk la mattina appena svegliati non è una facile missione.
Dopo quattro difficili tentativi di iniziare a leggere una pagina, riesco finalmente ad entrare nella storia e in pochi minuti riesco a svoltare pagina ed appassionarmi a quello che sto leggendo.
Ma ovviamente, non poteva mancare l’elemento di disturbo.
Il treno si ferma ad una fermata intermedia e d’un tratto il posto libero che si era creato di fianco al mio viene occupato da un’ammasso imponente di carne e capelli. O per lo meno di carne credevo si trattasse.
Alzo leggermente lo sguardo e non posso non notare che di fianco a me si è seduta una graziosa signorina che ad occhi e croce sarà alta due metri, con i capelli neri (tinti credo), la pelle color mattone scuro (naturalissima) e un vestitino svolazzante con motivi arancioni e marroni un po’ anni 70.
In maniera discreta, cerco di alzare ulteriormente lo sguardo per scrutare meglio la mia vicina ed alzando la testa come dovrebbe teoricamente stare, sollevata sul collo, mi accorgo che signorina-color-mattone possiede e trasporta due armi di distruzione di massa sul petto.
Non sono più due tette, la chirurgia estetica le ha trasformate in due gigantesche palle da bowling ricoperte di epidermide.
Mi irrigidisco un pochino, mi mette un po’ a disagio essere cosi a stretto contatto con cotanto artificio.
Il problema è che signorina-color-mattone non si è premurata di coprire le sue parti più o meno intime e il suo vestitino anni 70 copre si e no il capezzolo lasciando 2/3 della tetta, anch’essa color mattone, in vivida evidenza.
Rimetto immediatamente il naso nel libro e cerco di recuprerare la concetrazione perduta nella lettura ma come molti sanno la mia capacità di concentrazione al mattino (soggettivamente presto) è davvero scarsa.
Con la coda dell’occhio la presenza di tetta-gigante è sempre li, come ad indicarmi un terrazzamento di Bergeggi.
Mi faccio piccolo piccolo (nel limite del possibile) nel mio angolo schiacciando la mia spalla destra e il fianco al finestrino in modo da non sembrare troppo vicino e troppo interessato agli attributi di signorina-color-mattone che nel frattempo ha preso nella mia testa più le sembianze di un gigantesco travestito brasiliano e che d’un tratto decido di identificare con il nome di Rodrigoh.
Come uscire da questa situazione di imbarazzo?
D’un tratto ho l’impressione che tette-giganti stiano ormai occupando tutto il mio spazio vitale e il solo sollevare il libro per portarlo all’altezza delgi occhi significherebbe quasi sfiorare (e quindi per l’altrui percezione “palpare”) le tette della mia vicina.
Per un attimo cerco di farmi coraggio e mi riempio di ego convinto che l’unica soluzione sia quella di chiedere alla vicina di farsi un po’ più in la per permettermi di stare comodamente seduto al mio posto, ma le uniche frasi che reisco a formulare nella testa sono “Scusi signora potrebbe mica spostare ste quattro badilate di zinne che si ritrova un po’ più a sinistra?”, oppure “Scusa! Non è che potresti mettere le tue amiche tette-giganti da un’altra parte che non riesco a leggere?”, o ancora altra alternativa è di rivolgermi direattamente alle tette come soggetto di conversazione “Scusate, sarebbe più piacevole per tutti se poteste rimanere arginate dal vostro lato perchè non riesco a concentrarmi”.
Quello che mi chiedo incessantemente è perchè, con tutta la gente, lo spazio e le possibilità che ci sono in una città come la capitale europea, proprio io che al mattino sono particolarmente dissociato ed estraneo alla realtà devo trovarmi in una situazione di vita comune come la metropolitana ma seduto difianco ad una con due gigantesche tette finte che mi si piazzano sotto il naso.
Ed è a questo punto che scatta l’apoteosi della contraddizione.
Rordigoh si gira leggermente e con un tono al limite tra lo scocciato e l’ironico mi dice in un francese con un accento straniero orrendo “Potrebbe smettere cortesemente di fissarmi la scollatura?”
Credo che in quel momento tutto il sangue che ho in corpo sia stato immediatamente pompato di botto verso le tempie. Diventi di un rosso fluorescente e sento che la pelle del viso inizia a diventare umida.
Spalanco gli occhi e giro la faccia verso di lei per (almeno provare a) guardarla in faccia.
Cosa rispondo in una situazione cosi???
Soluzione n°1
Risposta acida ed indispettita, del genere “Bella ma chi cazzo te le guarda le tette che fanno shcifo ed io son pure finocchio”.
Soluzione n°2
Risposta acida ed agressiva, “Scusi eh, ma è un po’ difficile guardare altro quando la sua sollatura funge da eclissi su tutto il resto. Son talmente grosse che non vedo altro...”
Soluzione n°3
Soluzione acida e supponente, cioè “Ma che cazzo vuoi, se non vuoi farti guardare primo ti copri, secondo magari non ti rifai le tette come due immense palle di gelato”.
Ovviamente il mio minuscolo ed insulso cervello non riesce ad elaborare tutto questo in quella frazione di secondo che mi è concessa prime di risponderle, quindi tutto quello che riesco a dire nella mia maledettissima educazione e gentilezza è “Guardi che non stavo affatto guardando quello”.
Rodrigoh si gira indispettita e dopo due fermate grazie al cielo si alza e scende.
Io rimango li, seduto e tramortito dall’accaduto cosciente del fatto che metà vagone della metropolitana mi sta guardando come se fossi un pervertito della peggior specie considerando come povera vittima quell’infame travestita che mi ha fatto fare una delle figure di merda più colossali della storia.
Rimetto il naso nel libro, alzandolo un po’ più del dovuto per nascondere meglio il viso dagli sguardi sprezzanti del pubblico implorando che la mia fermata arrivi in fretta e che io possa uscire da questa bolla di letame in cui mi sono cacciato.
Mi viene anche in mente di alzarmi in piedi sul sedile per urlare al mondo che non sono un pervertito, che sono gay e che è tutto un malinteso, ma mi rendo conto che potrebbe essere ancora più deleterio per la mia immagine.
Decido di rimanere li nel mio angolo, imbarazzato, aspettando che le persone tornino alle loro conversazioni precedenti, maledicendo quella bastarda a galleggianti, la chirurgia estetica, i vestitini succinti e il fatto di non essere salito su un altro vagone della metro.
E la mia giornata inizia con una sfumatura, come dire....color mattone scuro.
lahaine is back!
| inviato da lahaine il 15/7/2009 alle 15:36 | |
26 gennaio 2009
crazy
All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. A ll work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy.
All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. All work and no play makes Tommaso a dull boy. |